Quel che gli studenti non sanno
Roma fradicia e paralizzata dai cortei contro la riforma dell’Università, prove di guerriglia urbana attorno a Montecitorio, stazioni ferroviarie occupate in molte città mentre il governo andava sotto più volte in Aula. Nella giornata decisiva del dibattito parlamentare sulla riforma Gelmini, che superato lo scoglio di Montecitorio approda ora ai più pacifici lidi di Palazzo Madama, lo spettacolo non è stato dei migliori e non va in ogni caso sottovalutato, se è un segnale del cattivo clima del paese.
18 AGO 20

Non interessa tanto, in questo momento, stabilire se la protesta esprime davvero una repulsione verso la maggioranza o solo un’ala più aggressiva. Piacerebbe invece capire perché mai quegli studenti si battono con tanto accanimento per difendere l’università com’è, quando è evidente a tutti, a loro per primi, che così non serve che a perpetuare un sistema incapace di fornire la formazione necessaria per un futuro sempre più difficile e competitivo. Naturalmente quelli che protestano contro questa riforma ne chiedono “un’altra”, in realtà vorrebbero solo che i cittadini con le loro tasse pagassero i costi crescenti di un meccanismo inceppato, che produce precarietà e non professionalità.
Il caso dei “precari” è quello emblematico. Si sono modellati gli atenei in base a criteri occasionali o casuali, si sono fondate facoltà e corsi di laurea senza studenti, affollati di personale che non viene mai sottoposto a verifica attraverso i concorsi, a loro volta organizzati in modo clientelare o nepotistico. La distribuzione di “pezzi di carta” sempre meno rappresentativi di una formazione effettiva produce poi una difficoltà all’entrata nel mondo del lavoro. E’ questo, burocratico e improduttivo, il mondo cui aspirano davvero i giovani? E’ difficile crederlo e loro stessi non lo credono. Il punto critico sta nel distacco dal mondo produttivo (non solo di merci ma anche di idee e di informazione, naturalmente) che ha separato università e società reale. Ci si agita per la cultura, per la scienza, per il sapere, considerati come valori astratti, e per questo non si comprende lo sforzo di una riforma che cerca di riannodarli alla società e quindi all’avvenire concreto delle generazioni. Non è un’utopia quella che spinge alla protesta, non un disegno razionale anche se di difficile o impossibile realizzazione. E’ purtroppo, solo il timore di dover abbandonare la sonnecchiosa tradizione per immergersi nella competizione.